Tassare le Big Tech è giusto; tassare i byte è l’errore grossolano della Francia
La tassa francese sul gigabyte punta a Netflix e Google, ma fatturare a byte punisce il volume e non il valore, e rischia di ricadere anche su tutti gli altri.
Immagine generata con l'IA
Esiste un modo peggiore di tassare un colosso tecnologico che contarne i byte? L’Assemblea nazionale francese ha appena scoperto quanto sia allettante. L’obiettivo, far pagare la loro parte alle piattaforme globali, è del tutto ragionevole. Lo strumento no.
Un voto risicato non ne fa ancora una tassa
Venerdì 30 ottobre i deputati hanno approvato un emendamento alla legge di bilancio 2027 che fissa un prelievo di 0,055 € per ogni gigabyte inviato agli utenti internet francesi, secondo Capital. L’ha presentato il deputato socialista Laurent Lhardit. I promotori sperano in 10 miliardi di euro l’anno. Il ministro del Bilancio, David Amiel, stima un gettito più vicino ai 5 miliardi, come riferisce Techaeris.
Meglio non stappare lo champagne né farsi prendere dal panico. L’emendamento è passato per 11 voti a 10, contro il parere del governo, e sopravvive solo se sopravvive la parte della manovra dedicata alle entrate. Il Senato e le trattative tra le due camere possono ancora eliminarlo. Le Monde osserva che la legge di bilancio definitiva verrà comunque in gran parte riscritta.
Una tassa sul volume non è una tassa sul valore
L’argomento è che Google, Meta, Amazon, Netflix e Akamai trasportano circa metà del traffico francese, secondo dati dell’Arcep citati dai deputati. Va bene. Ma, come obietta lo stesso Amiel, l’altra metà arriva da migliaia di mittenti più piccoli, alcuni dei quali francesi, che si accollerebbero metà del conto. Una tassa pensata per colpire i giganti colpirebbe, per costruzione, chiunque sposti dati.
E i byte sono un pessimo indicatore dei profitti. Techaeris fa notare che un’ora di streaming musicale ad alta qualità pesa circa 150 MB, meno di un centesimo di tassa, mentre un’ora di Netflix in 4K costa circa 40 centesimi. Il video è quasi tutto il conto. Il download di un gioco da 200 GB comporterebbe 11 € di tassa. Per noi è questo il vero indizio: il prelievo punisce il formato più pesante, non l’azienda più ricca. Una piattaforma pubblicitaria snella e ad alto margine potrebbe pagare poco; un piccolo studio di videogiochi che distribuisce una grossa patch potrebbe pagare molto.
Il tetto (15% del fatturato francese o 2% del fatturato globale) protegge i maggiori operatori, e Techaeris sottolinea che aiuta meno tutti gli altri. Il piccolo mittente con margini sottili probabilmente sbatterebbe quindi per primo contro il muro del volume.
La scusa dell’infrastruttura non regge, e il costo non resterà dov’è
Techaeris nota anche che il transito all’ingrosso costa una frazione di centesimo per gigabyte, quindi 5,5 centesimi sono diverse volte il costo di spostare i dati. Non è un corrispettivo per l’uso dell’infrastruttura, ma un prelievo sul volume. Conta perché riapre dalla porta di servizio il vecchio dibattito sulla neutralità della rete: una volta che lo Stato dà un prezzo al traffico per gigabyte, qualsiasi distributore di file di grandi dimensioni, dagli editori di videogiochi a chi ospita download pesanti, potrebbe diventare un bersaglio. Se i mirror open source verrebbero colpiti dipende da come si definiscono i «produttori di dati digitali», e la documentazione non lo chiarisce. Questa incertezza è di per sé il problema.
Poi c’è il trasferimento dei costi. Quando la Francia introdusse nel 2019 la sua imposta del 3% sui servizi digitali, ricorda Techaeris, Amazon, Google, Apple e Meta scaricarono i costi su venditori, inserzionisti o sviluppatori. Il testo dice che pagano le aziende, non i privati, ma l’ipotesi di iPhoneSoft che il piano Standard di Netflix possa salire da circa 14,99 € a 17,25 € è una previsione, non un fatto. Eppure scommetteremmo che il conto finirà ai consumatori.
Gli altri argomenti degli autori sono più deboli di come suonano. Dicono che contare i byte senza leggere i contenuti rispetta la privacy, e questo regge. L’argomento ambientale, secondo cui un prelievo per GB spingerebbe le piattaforme a comprimere meglio, è plausibile, ma è un effetto collaterale, non un motivo per tassare. Intanto operatori come Orange, Free, SFR e Bouygues dovrebbero comunicare i dati di traffico al fisco, e un media definisce già lo schema tecnicamente inattuabile. Lo considereremmo un avvertimento, non un verdetto.
Tassare il valore delle Big Tech, non il peso dei byte
Far pagare di più alle Big Tech è un obiettivo difendibile, e la strada basata sul fatturato esiste: è goffa, ma almeno misura qualcosa di più vicino al peso economico di un’azienda. La tassa sul gigabyte misura qualcosa che ha a che fare con quanto è grosso un file video. Se il Senato la cancella, non sarà una vittoria per Netflix, ma un salvataggio per il resto di internet. Se la Francia vuole tassare le Big Tech, deve puntare al valore e al fatturato, non al peso dei byte.
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